di Piertoni Russo.
Se vuoi leggere l’intervista in spagnolo: https://laturca.org/edie-mi-artivismo-es-una-responsabilidad-hacia-el-pueblo-palestino/
Una conversazione con Edie (Eduardo Castaldo), artista napoletano, il cui attivismo pro-palestinese permea ogni sua immagine di un potente impegno etico e politico.
-Iniziamo con il tuo passato di fotoreporter. Cosa ti ha spinto a lasciare il lavoro di fotoreporter?
La risposta breve é che non erano le mie ambizioni, non era una cosa che volevo fare. La risposta lunga é che ci sono capitato nel fotogiornalismo, nel senso che io fotografavo, avevo la passione della fotografia, ma per me era solo il primo passo per arrivare al cinema nel modo più magico possibile. Quindi le mie ambizioni erano tutt’altro che sociali e politiche.
Ero a Napoli, nel 2006, e decisi di fare un servizio fotografico sui rifiuti in Campania, All’epoca ero non dico l’unico, ma uno dei pochissimi in Campania ad avere fotografie online su questo argomento.
Nel 2007 una delegazione di giornalisti stranieri viene in Campania, invitata da degli attivisti, e il risultato fu che esplose mediaticamente la cosa, perché molti giornalisti decisero di scriverne a livello internazionale. I piú grandi giornali internazionali usarono le mie foto, mi pagavano benissimo, ero quello che assolutamente lavorava di più su quell’argomento.
Il problema é che mi cominciavo a rendere conto che il sistema mediatico e anche la situazione dell’emergenza rifiuti era molto ambigua. Mi sentivo parte di un meccanismo che non mi piaceva, le mie foto venivano pubblicate con degli articoli che non condividevo, che erano strumentalizzati.
Questa sensazione di inadeguatezza é rimasta presente anche quando mi sono trasferito in Palestina.
– Che mi puoi raccontare delle esperienze vissute tra l’Egitto e Gaza?
Dal punto di vista del mio ruolo continuava questo senso di inadeguatezza, perché tu vivevi delle cose sul campo, vedevi appunto la sofferenza a cui erano sottoposti i palestinesi, gli abusi, e poi vedevi queste immagini in un sistema narrativo dove quello che veniva scritto era molto differente dalla realtá.
C’era una tendenza alla deumanizzazione del palestinese e a una narrazione incompleta che non condannava il popolo oppressore.
Io avevo il privilegio di fotografare, insieme ad altri occidentali, questa situazione drammatica, peró capivo che quelle persone si lasciavano fotografare perché è come se tu gli facessi una promessa, quella di denunciare quello che stava succedendo. Però in realtà quelle foto andavano a dei giornali che poi scrivevano delle cose che non rispecchiavano la promessa che tu avevi fatto.

Dopo la Palestina, mi sono spostato in Egitto e ho avuto la fortuna di assistere alla rivoluzione egiziana dal primo momento in cui sono arrivato al Cairo. É stata un’esperienza bellissima, al di là della drammaticitá della situazione, é stato un privilegio esserci in questo momento quasi mitologico. E proprio con il lavoro sulla rivoluzione egiziana ho vinto il World Press Photo, sempre da indipendente.
Proprio in quegli anni, stando lí, ho deciso di mollare, ho detto basta, volevo abbandonare completamente il fotogiornalismo, sentivo di non avere il diritto di utilizzare le facce di quelle persone, e per me é stata la decisione più felice della mia vita.
– Dopo questa esperienza sei tornato in Italia ed hai iniziato a fare l’artivista, con molte opere sulla Palestina. In questo momento l’Italia é governata da politici filo-israeliani. Per fortuna ci sono anche esponenti di prestigio come Francesca Albanese o esponenti della cultura e dell’arte, tra cui ti includo, che cercano di difendere il diritto internazionale e gli interessi di un popolo oppresso, come quello palestinese. C’é comunicazione tra voi? State provando a creare un movimento comune a larga scala per sostenersi a vicenda e sensibilizzare su questi problemi?
Sì, mediaticamente c’è un legame e continua anche al di là di quello che si vede in superficie. Ci sono persone con le quali ci siamo sentiti, che mi ha fatto un sacco di complimenti e ci siamo detti che dovremmo fare cose insieme come, per esempio, con Robert del Naja, il cantante dei Massive Attack.
Invece Bordalo, artista portoghese molto attivo socio-politicamente, addirittura mi scrisse per propormi un progetto comune. Mi ha stimato sempre tantissimo, fin dall’inizio, ed io lo stimo anche perché, sebbene faccia un tipo di lavoro di street art diverso, ha lavorato molto sulla Palestina. Mi riferisco in particolare ad un intervento che trovo bellissimo. Lui disegnò su delle scale di una metropolitana una bandiera palestinese che le persone passando calpestavano di rosso, macchiando tutta la bandiera, come se fosse del sangue.
Mi contattò per propormi una collaborazione futura. Io ho apprezzato tantissimo questa cosa perché un artista ti chiami per aiutarti a realizzare una tua opera significa tanto.
Con Francesca Albanese, invece, siamo stati a cena e le ho regalato il cofanetto con le madonne, il progetto che ho fatto a Napoli.
Voglio ricordare anche Mariano Gallo, una drag queen napoletana a cui stimo tantissimo.
Nel mondo drag LGBTQ è molto presente la presenza israeliana, perché c’è questa narrazione di Israele come luogo di salvezza per gli omosessuali, per la libertà sessuale, per cui lui era anche legato a molte persone israeliane. Peró, dopo il 7 ottobre, era totalmente traumatizzato da questa cosa, e ha deciso di cominciare a informarsi bene su questa situazione, per poi diventare un attivista.
– Che rapporto c’é tra Napoli e l’artivismo? Ti senti sostenuto e protetto dalla cittá e dalle istituzioni?
Napoli è una cittá sana, c’è una grande solidarietà, e nel centro storico c’è una forte presenza della comunità palestinese, oltre alla sensibilitá rispetto alla questione palestinese in qualsiasi movimento politico antagonista. Napoli è da questo punto di vista un luogo sano anche nelle istituzioni o nella Chiesa. Il cardinale si è schierato in maniera molto lucida, molto consapevole e molto onesta a favore del popolo palestinese. Nel mio caso, mi hanno chiesto di fare un’intervento artistico all’interno di una delle chiese più importanti che abbiamo qui nel centro storico. É un segnale importante.
– Secondo te, qual’e il confine tra arte urbana e attivismo? E che ruolo pensi abbia l’arte urbana nella società contemporanea? Molti artisti urbani, passano dalla strada alle gallerie d’arte. Tu come la vivresti? Come una contraddizione?
Molti artisti non hanno mai avuto un’esigenza chiara di essere attivisti, per cui molti scelgono la strada come se fosse la loro galleria, ognuno ne fa l’uso che ne vuole.
Per me è nata come una responsabilità, é l’esigenza di mantenere, come ci dicevamo all’inizio, delle promesse che avevo fatto alle persone. Ed ho capito che avevo degli strumenti, avevo avuto dei privilegi e era mia responsabilità fare qualcosa in più. Questo è il mio percorso.
Certo è che l’arte come intrattenimento in questo momento in generale non è che mi fa impazzire. Ognuno fa le sue scelte, non voglio giudicare, però è chiaro che in questo momento politico essere artista, definirsi artista e ignorare, e continuare a fare i propri bellissimi, meravigliosi disegni pop art, sinceramente non lo condivido.
– Se non ci fossero tutte queste maledette guerre, Eduardo Castaldo che tipo di arte starebbe creando?
Starei facendo cinema. Il cinema, bello!
Quando ho lasciato il foto al giornalismo ho scritto una sceneggiatura di un lungometraggio, perché era quello che volevo fare, che ancora mi porto dietro, ho ancora l’ambizione di realizzare. Un produttore, mi disse che il progetto era bellissimo ma che si sarebbe fatto dopo diversi anni. E invece io lo volevo fare subito.
Ora invece sto pensando a un documentario. Ho una storia bellissima.
Due anni fa ho trovato un libro di fotografie su Napoli, al mercatino dell’usato, un libro del 1966. Delle foto molto belle, io sono abbastanza appassionato di fotografie. Era di un fotografo di cui non avevo mai sentito parlare.
Il fotografo era stato sei anni a fotografare Napoli, dal 1960 al 1966.
Ho cercato informazione su internet ma non ho trovato assolutamente nulla, fino a quando ho trovato una foto su Instagram di un paesaggio olandese degli anni ‘70 e sotto c’era l’hashtag con il nome del fotografo, pubblicato da una disegnatrice irlandese. Cosí l’ho contattata e mi ha detto che il fotografo era suo padre.
Il padre è morto vent’anni fa. Aveva lavorato sei anni per fare questo libro, una settimana dopo che il libro è uscito nelle librerie, il tipo che stava in copertina, che era un venditore ambulante napoletano, si è visto in copertina e ha fatto causa all’editore, per cui l’editore ha ritirato tutte le copie dal mercato. Il fotografo ha bruciato il suo intero archivio, tutti i negativi, tutte le stampe, incluse le macchine fotografiche, e ha lasciato Napoli per vivere in Irlanda gli ultimi anni della sua vita.
Nella cantina, mi racconta la figlia, erano rimaste solo quattro scatole, ancora chiuse. Dopo la telefonate, la figlia si incuriosí e decise di aprirle.
Dentro c’erano conservati tutti i negativi, e 90 stampe fatte a mano, selezionate dall’artista, degli anni napoletani. Tutto il suo progetto. Una storia bellissima. Sto organizzando col Comune di Napoli una grande mostra su questo archivio e su questo fotografo. Inoltre ho scoperto che, a detta di Mimmo Jodice, questo fotografo è quello che gli ha insegnato la camera oscura, e l’ha definito il mago della camera oscura. Insomma, una storia da raccontare.


